Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Como

Vicino agli anziani…
come un filo del suo arazzo

Il racconto di Agostina Franzini presidente dell’Ac di Grosio, che lavora in una Rsa

“Mi sento come “un filo del suo arazzo”: così scrive Agostina Franzini, che lavora in una Rsa in Valtellina ed è la presidente parrocchiale dell’Ac di Grosio. Il suo racconto della vicinanza con le persone anziane, in una casa che le accoglie e assiste, porta a riflettere su situazioni di fragilità, di solitudine. Lo scritto, che pubblichiamo integralmente, diventa un’occasione di riflessione sull’essere credenti credibili nell’annunciare la speranza quando la sofferenza entra nella vita di una persona. Di essere come un filo dell’arazzo di Dio.

Lavorare vicino agli anziani ospiti di una Rsa, in un periodo come quello che stiamo vivendo, è ancora più motivante per un’educatrice come me che da 26 anni vive con loro la quotidianità di ogni giorno. Ma in questo periodo chi è l’educatore per loro, chi è l’operatore? E’ il punto di collegamento fra quello che c’è fuori dalla struttura e quello che c’è dentro, in un tempo in cui si consiglia di stare a casa? Gli operatori sono la garanzia di una quotidianità mantenuta il più possibile integra e simile al passato, prima che “il virus” colpisse tutto il mondo? Le risposte a queste domande non sono difficili. Ogni giorno in Rsa si leggono i quotidiani, si discute, ci si informa, si rende la giornata il più impegnata possibile, tanto per far passare il tempo, si cerca di mantenere le abitudini di sempre. Con loro si festeggiano i compleanni, in fondo il tempo passa lo stesso. Si canta, si suona, ci si cura. Si aspetta il momento del pranzo e quello della cena, si guarda la trasmissione preferita ma poi, la Tv, ancora una volta racconta quello che il mondo sta vivendo.

Sarebbe più o meno la vita di sempre tranne la mancanza dei propri familiari, parenti e amici, volontari che “non vengono più a trovarci”. Qualcosa infatti è cambiato nelle Rsa dalla fine di febbraio ad oggi. Si sono interrotte le relazioni affettive, si sono interrotte le visite dei propri cari, è cambiato tutto. La struttura è chiusa, nessuno può uscire o entrare se non l’operatore che monta o smonta il turno. Per fortuna che c’è la tecnologia, che esistono i telefoni cellulari, i messaggi, le videochiamate. Un mondo che l’anziano sta pian piano conoscendo e che il familiare utilizza come possibilità di vedere o sentire il proprio caro. Un collegamento virtuale che rincuora, soddisfa, tranquillizza, gratifica e non per ultimo emoziona.

Quanti volti felici ho visto in questi giorni, volti commossi, occhi pieni di lacrime di speranza. Sapere e vedere che il proprio familiare, il papà, la mamma, lo zio stanno bene, vedere che la quotidianità è mantenuta è la base per affrontare l’emergenza nel modo più positivo possibile. Figli che inviano foto ai propri cari, stanze addobbate da letterine ricevute dai familiari e da messaggi di speranza. Quella verso cui gli operatori indirizzano i propri anziani cercando di parlare loro, secondo le loro fragilità, di chi vuole loro bene e non vede l’ora di venirli a trovare.

Il mondo è intorno a noi, gli affetti sono là
fuori che ci aspettano e “quando sarà, quando
questo virus finalmente se ne andrà, faremo una grande festa e ci abbracceremo
tanto da farci fermare il respiro”
. E poi c’è la speranza per la Fede,
quella vera dell’anziano che recita il Rosario perché “Maria ci aiuta, intercede. Lei è la Mamma e a lei Gesù dà retta”.

Pregare con loro, ricordare loro gli orari delle messe in televisione e spesso condividere qualche celebrazione, accogliere i loro pensieri, le loro preoccupazioni, le loro speranze rafforza il legame che ho con loro e con Gesù.

Riflettendo su quanto ho scritto, di getto così
come mi è venuto, mi sento come “un filo del suo arazzo”.

Così, come il canto dice. Una bella preghiera che ti insegna la speranza. Se Gesù sarà vita della mia vita, forza della mia forza e infinito amore, luce della mia luce, gioia della mia gioia. Se non conosco il luogo, il tempo in cui mi condurrà e il sapore della storia che mi darà, avrò sempre la speranza di vivere la mia storia con Lui e così anche quella degli anziani con cui trascorro le mie giornate.

E loro, allo stesso modo, vivono questo momento
con la speranza che, come sono stati superati altri momenti brutti nella loro
storia, passerà anche questo.

E sarà gioia vera. Una verità in tutto questo
sta nel fatto che l’esperienza che sto vivendo vicino agli anziani entrerà
nella mia valigia, quella che contiene tutta la mia vita. E per questo
ringrazio il Signore.

Agostina Franzini

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