Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Como

Cosa ci dice nel silenzio
il suono delle campane?

Mentre anche oggi le notizie sulle condizioni di salute di don Marco, assistente unitario e Adulti, dicono che sta reagendo bene alla terapia, pubblichiamo una riflessione di don Pietro, assistente diocesano Giovani e Acr.

Il tema è il messaggio delle campane che suonano in un tempo di silenzio, lontananza, solitudine estrema e morte. Quello delle campane vuole essere un suono di fraternità nel dolore e di speranza condivisa: su questo stesso tema avevamo avviato la riflessione con la nota pubblicata lo scorso 16 marzo. Don Pietro la approfondisce offrendo diversi spunti di meditazione e, soprattutto, condividendo i motivi della nostra fiducia nel Signore Gesù. Il rintocco sereno delle campane arrivi nelle case, sulle strade dove corrono le ambulanze a sirene spiegate, nelle camere d’ospedale, compresa quella dove don Marco si sta riprendendo.

Cosa celebra la campana con il suo tocco?

Sono andato a ripescare una canzone abbastanza sconosciuta di Zucchero Fornaciari, pubblicata nel 2010 nell’album Chocabeck. Il titolo parla chiaro: “Il suono della domenica”. Successivamente, due anni dopo, il brano è stato dedicato alle vittime del terremoto dell’Emilia del 2012. Attualissimo anche oggi dove, al contrario, terremoto e guerre non si vedono. Non ci sono macerie né eserciti. Solo informazioni. Notizie. Si leggono sul telefonino o si ascoltano in tv. Sono numeri crescenti e persone che vengono toccate dal morbo. O bare allineate in chiese incapaci a contenerle. Chiusi in casa si vede ben poco, se non il solito panorama ogni giorno. Si può solo immaginare, sentire.

Il pezzo di Zucchero inizia così: “Ho visto gente sola andare via, sai. Tra le macerie e i sogni di chi spera, vai… Ma il suono della domenica dov’è?”.

Suonano ancora le campane, la domenica nei nostri paesi, dalle valli al lago fino in centro città. Qualche fatica solo in alcune località dove al parroco, per quarantena strettissima, è stato vietato persino di entrare in sacrestia per sistemare i rintocchi. Le campane annunciano la risurrezione, la vita che non ha fine, l’inizio del giorno che mai si spegne. Le campane annunciano anche l’ingresso nella vita eterna di noi comuni e fragili mortali. La mia nonna mi ricordava sempre che al suono dell’agonia bisogna aprire la finestra e recitare una preghiera, così l’anima del defunto andava diritta in Paradiso. Ci credo ancora!

Certo che questo passaggio è sempre stato accompagnato da una presenza amica, da una mano calda e amorevole, da una parola, da un silenzio o da una preghiera carica di una presenza. Si scongiurava e si pregava contro la morte improvvisa proprio per evitare di morire da soli, senza la vicinanza di un amico o di un familiare e senza il conforto del Signore comunicato nei sacramenti. Bene ne hanno scritto don Angelo Riva e don Giusto Della Valle nel Settimanale (N.12). 

Morte crudele e contraria a ogni barlume di umanità. Mentre la promessa dell’amore è proprio essere lì fino all’ultimo respiro. Questo però accade oggi. Nelle corsie degli ospedali, in luoghi igienicamente controllati e sterili, con la paura tremenda di contagiarsi, di sporcarsi, di infettarsi. In fondo di contaminarci. Il virus tremendo è il nemico e si trasmette con la relazione, con la vicinanza, con la prossimità, quando ti avvicini troppo all’altro, quasi lo respiri. Tutti atteggiamenti e attenzioni che fino a ieri, nella Chiesa abbiamo caldamente raccomandato e spinto, incoraggiato e promosso. Certo, ora ci è chiesta altra vicinanza e prossimità, altra relazione e presenza. Non fisica. Più virtuale. E siamo arrivati a dire che anche quella è preziosa. Il male minore. 

Ma quanto è importante il corpo! Il sentire. Il sentirsi. Vi pare che altrimenti avremmo organizzato migliaia di pizzate con i ragazzi? Per la pizza? No. Per sentirci. Perché il grest? Perché la messa in chiesa quando si può vedere in tv a tutte le ore? Perché il grest e i campi? Perché i segni dei sacramenti vissuti sul corpo?

Che fatica in queste settimane rinunciare a tutto ciò, provare a trovare del buono anche in ciò che non si tocca, si vede, si sente.

Continua il suono delle campane. E nel silenzio assordante delle nostre città, si sentono ancora di più. Il loro suono si intrufola nelle case, nelle vie. Rimbomba nei quartieri e tra i palazzi. Entra dalle finestre e dagli spifferi delle porte. Avvolge i cimiteri e risuona nelle corsie degli ospedali. 

Cosa celebra la campana con il suo tocco? Una liturgia. Sempre. Una liturgia sempre viva e nuova. Da parecchio tempo non più nelle chiese. Seppur aperte non vedono la presenza di fedeli. Il divieto di stare a casa è sempre più forte. La nuova liturgia è negli ospedali, negli appartamenti, nei negozi aperti. È la famosa “feria” dei cristiani. Fatta di lavoro, di fatica, di solitudine e di compagnia. Di angoscia e speranza.

La liturgia ha solo spostato la sua sede. O meglio. La liturgia è nel cielo, e noi ne partecipiamo. Da casa, con i nostri gesti, consacrando le nostre faccende, contagiando le cose umane. La spesa, la preghiera, lo studio, lo smart working, i compiti, la cena, lo stirare, il gioco e il riposo.

“Che suono fa la domenica, da te?”. Così conclude Zucchero il brano. Questo possiamo raccontarcelo. Ed è una comunicazione nella fede. Condividere tra noi come il suono di quella campana, segno di risurrezione, impatta con la nostra vita, e come continua la sua corsa, contagiando il mondo. Toccando altri. Di risurrezione in risurrezione, senza macchia nè malattia. Tutti in un solo corpo. Solo luce.

don Pietro

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