Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Como

Che fare, quando…
non puoi fare niente?

La preghiera è l’atto più fecondo per Dio

Pubblichiamo una riflessione di don Filippo Macchi che dalla parrocchia di Grosio, dove è stato vicario e assistente Ac, è partito per la missione diocesana in Mozambico. Temporaneamente rientrato a causa di Covid-19 ha accolto l’invito a condividere un pensiero sulla tragica esperienza del contagio. Alla domanda sul “fare”, che è nel titolo, don Filippo risponde così: “Essere, quando non puoi fare, è molto difficile, anche perché spesso la parola se non ha il supporto del gesto, della vicinanza fisica, suona terribilmente vuota e falsa. Cosa dici a una vedova, se non puoi guardarla negli occhi e stringerle la mano? Eppure la preghiera, l’atto più inutile, è l’atto più fecondo agli occhi di Dio, solo con la grazia di Dio un’azione sincera, per quanto traballante, darà frutto di bene e di fecondità”.

Che fare, quando non puoi fare niente?  Probabilmente ognuno di noi si è fatto questa domanda nelle scorse settimane; lavoratori, donne di casa, ragazzi, atleti… Cose da fare, programmi e pianificazioni da attuare, viaggi, corsi, abitudini: tutto da revisionare, annullare, sospendere. Altro che matrimoni e feste di laurea… Siamo noi quelli sospesi, tutti in pausa, magari tentati di passare al pulsante “stop”: ho fatto a meno della messa, della passeggiata, del mio nonno, per due mesi, perché ricominciare? Ogni tanto ci prende la voglia di smuovere le acque e quel senso di impotenza un secondo dopo: “ma c’è il coronavirus”, allora ferma tutto. Al massimo il surrogato tecnologico o l’uscita (quasi una fuga) per la spesa, sempre però con il filtro dei guanti, della distanza e della mascherina.

Per me: come fare ad essere missionario? Già prima, nei mesi di febbraio e marzo in Mozambico, mi sentivo a mezzo servizio, in un centro studi per imparare la vita della Chiesa e la lingua locale, un po’ appartato dalla vita della gente e delle parrocchie. Un sacrificio da accettare per essere più forte nel momento dell’azione; solo che l’azione non arrivava mai. Mentre combattevo con il caldo e le zanzare mi sentivo un privilegiato, sentendo la dura battaglia che la gente, i medici, i malati nella lontana Italia stavano combattendo. In questa battaglia tanti preti hanno lottato senza paura; rincuorare la gente, cercare le famiglie, accompagnare i defunti e i parenti, inventare qualcosa per aiutare la gente a vivere la Quaresima, sentire i malati senza poterli andare a trovare… È diventato più evidente quello di cui ero già convinto: ci sono parroci di paese che sono veri missionari, più di me sicuramente. Anche reggendo all’urto di tanta gente, spinta da profonda fede, che chiedeva i sacramenti e non riusciva a farne a meno, faticava ad accettare questa rinuncia necessaria. “Per ora no; vorrei, ma non posso; so che solo di Gesù abbiamo bisogno, ma ora non può essere Gesù eucaristia…”. Quasi un martirio della prudenza, che è virtù cristiana e non dei pappamolla. E intanto il timore di essere un po’ vigliacco, di nasconderti, di essere ridotto all’impotenza. Credo che ogni buon prete almeno una volta nella vita abbia avuto questa sensazione, se non l’aveva avuta prima ce l’ha avuta in queste settimane. Come ogni buon cristiano, come ogni essere umano con tutte le cose a posto: quando la vita ti mette a nudo, almeno un brivido lo senti, no?

Da tre settimane sono in Italia, a rabbrividire un po’ anch’io: in Mozambico sono arrivati i primi contagi, c’è lo stato di emergenza, si stavano chiudendo gli spazi aerei e mi hanno consigliato di anticipare il rientro in Italia. Tre giorni in giro per aeroporti vuoti di gente e pieni di tensione, i quindici giorni di quarantena in casa necessari per tutti quelli che vengono dall’estero, Pasqua compresa. Poi son diventato libero come tutti, con i miei sogni un po’ ammaccati, a respirare incertezza, a nutrirmi di telefonate, opinioni, senza una parrocchia da seguire, a riordinare disperatamente qualche angolo di casa, a rischiare la muffa della inattività e la bulimia delle opinioni: leggi, senti, guardi video, ascolti prediche e alla fine ti senti più vuoto e disorientato di prima.

Torniamo alla domanda. Che fare, quando non puoi fare niente? In questo tempo viene messo alla prova in modo estremo quel principio che tante volte abbiamo predicato, forse senza crederci fino in fondo: non conta quello che fai, conta molto di più quello che tu sei. Essere, quando non puoi fare, è molto difficile, anche perché spesso la parola se non ha il supporto del gesto, della vicinanza fisica, suona terribilmente vuota e falsa. Cosa dici a una vedova, se non puoi guardarla negli occhi e stringerle la mano? Eppure la preghiera, l’atto più inutile, è l’atto più fecondo agli occhi di Dio, solo con la grazia di Dio un’azione sincera, per quanto traballante, darà frutto di bene e di fecondità. Queste idee hanno riempito per anni le nostre prediche, i libri di spiritualità e i post su Facebook: siamo disposti a metterle alla prova della vita, a farle passare attraverso le viscere della realtà?

Mi pare prezioso per questo tempo un altro proverbio che mi citavano i preti saggi e gli anziani disincantati: “Meglio amarli prima, che piangerli dopo”. Andando oltre allo stretto esempio del lutto per un anziano: se la gente l’hai amata e conosciuta e ti sei speso per lei, prima, nella normalità, quel poverissimo segno di presenza, la telefonata, il segno della croce, il messaggino, assumono un valore che la distanza amplifica e non impoverisce. Se io, testimone del Vangelo oggi, non sono stato tuo amico giorno per giorno, non sarò credibile nella situazione straordinaria.

Altro pensiero che cerco di ridurre all’osso: in queste settimane di disorientamento, noi cattolici abbiamo avuto la fortuna di essere accompagnati, di avere una guida sicura da seguire. In modo speciale durante la preghiera del 27 marzo in piazza san Pietro, con la parola e ancor di più la presenza del Papa, abbiamo avuto la prova di non essere soli, di stare su una barca con un capitano sicuro e la presenza di Cristo sulla poppa. Ricordo un paio di commenti di amici miei, criticoni abituali di papa Francesco e della curia, stupiti dalla profondità umana e dalla testimonianza di fede che facevano fatica a vedere nelle prediche social e nelle chiese chiuse. Sono state confermate e orientate con forza tante persone in Italia, posso testimoniare che tanti anche in Africa lo hanno vissuto con intensità e hanno ricevuto consolazione. Se dopo abbiamo fatto prevalere la nostra opinione personale, l’inquietudine, le nostre misure su quello che si deve e non si deve, si può e non si può, il nostro angolino di relativismo… Abbiamo perso un’altra occasione! Pazienza, la misericordia fatta carne in qualche altro modo busserà ancora.

Don Filippo Macchi

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