Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Como

1 maggio: preghiera per il lavoro
a Como e Tirano. La nota della Cdal

Sarà dedicata al tema “Si prese cura. Farsi prossimo come professione” la veglia di preghiera per il lavoro in occasione del 1 maggio. Il contesto è quello delle case di accoglienza delle persone anziane dove, si legge in una nota della Consulta diocesana delle aggregazioni laicali (Cdal), si incontrano tre umanità: quella degli ospiti, quella dei loro familiari e amici e quella di quanti operano professionalmente in queste strutture. L’iniziativa promossa dal Servizio diocesano di pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato, in collaborazione con la Cdal e con l’adesione di altre organizzazioni, avverrà il 30 aprile ore 20.30 a Como alla Ca’ d’Industria (via Brambilla 61) e sarà presieduta dal vescovo Oscar. Il 9 maggio, alle ore 20.30, l’incontro sarà a Tirano alla Fondazione Casa di riposo ”Città di Tirano” (via Bertacchi 6). Pubblichiamo la nota della Cdal e la locandina con le informazioni sui due incontri di preghiera.

In vista della “Veglia di preghiera per il lavoro” in occasione del 1 maggio 2019, la Giunta della Consulta delle Aggregazioni Laicali ha redatto e pubblicato questa nota.

Veglia di preghiera per il lavoro L’incontro di tre umanità

In un primo momento ha un po’ sorpreso che la Veglia di preghiera per il lavoro, in occasione del 1 maggio, avesse come tema il “farsi prossimo” nella realtà occupazionale ed economica; che il contesto prescelto fosse una struttura per l’accoglienza di persone anziane; che il farsi prossimo venisse inteso come prendersi cura dell’altro con professionalità e sensibilità. La realtà silenziosa di uomini e donne fragili e bisognose di cura interroga la società e la comunità cristiana su più fronti: da quello antropologico a quello economico, da quello sociale a quello religioso.

In realtà occorre prendere atto
che una Veglia di preghiera dal titolo “Si prese cura” è un’occasione
significativa per testimoniare e annunciare la misericordia di Dio, per
chiedere, a partire da sé stessi, un supplemento di impegno contro la deriva
della mentalità dello scarto.

“Il lavoro del farsi prossimo”, come recita il sottotitolo della Veglia di preghiera, richiama una specificità che arricchisce ulteriormente la riflessione sulla dignità che si realizza nel lavoro.

Nella casa di riposo per anziani
si incontrano infatti tre umanità: quella di chi ha concluso un’esperienza
lavorativa; quella di quanti – familiari e amici – declinano la propria
esperienza lavorativa con gli affetti per i padri, le madri, le persone ospiti;
quella di chi in quel luogo vive una particolare esperienza lavorativa.

Le tre umanità si fondano sulla
dignità di ogni persona coinvolta nella diversità di situazioni, condizioni,
aspettative.

Come, in queste diversità, il
“prendersi cura” diventa esperienza lavorativa?

Non è facile conservare sempre
una forte motivazione, far crescere la competenza e la professionalità negli
operatori senza sacrificare la loro umanità. Non è facile adeguarsi a sempre
nuove e più rigide norme senza perdere di vista il primato della persona che si
ha in cura.

Chi lavora in una casa di cura
per anziani sa che i diritti garantiti dalle leggi a tutte le persone di età
avanzata sono stati una conquista ma sa anche che restano senza risposta tanti
bisogni immateriali fondamentali: senso di vicinanza, di riconoscimento del
valore del proprio passato, assistenza umana e spirituale…

Per gli operatori il lavoro,
visito da questa finestra della coscienza, diviene un’occasione per una
maturazione a volte sofferta e mai conclusa. E questa è una consapevolezza da
far maturare nella comunità cristiana e nella società perché non venga meno in
loro la passione per l’uomo.

Un messaggio viene da chi opera
nelle strutture per anziani quando chiede di non essere considerato una persona
che fa un lavoro triste in case di abbandono, di declino e di morte ma vuole
essere considerato una persona che lavora perché tutti i giorni della vita,
propria e altrui, abbiano un senso e un orizzonte.

Perché questo avvenga occorre un
risveglio della coscienza sia nella Chiesa come nella società perché anche le
case della fragilità non siano isole ai margini della città ma siano luoghi
dove la città ritrova sé stessa. Luoghi dove il “prendersi cura” diventa una
professione che, nel rispetto delle regole e dei protocolli, si intreccia con i
volti e comunica tenerezza. E’ alla luce di questa riflessione che le
aggregazioni laicali si sentono coinvolte nella Veglia di preghiera e
nell’impegno concreto che dalla stessa scaturisce.

La Giunta della Consulta diocesana delle aggregazioni laicali (Cdal)

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