Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Como

Segni di condivisione e speranza
da Ac parrocchiali e singoli iscritti (9)

Il Consiglio parrocchiale dell’Azione Cattolica di Monteolimpino (Como) ha accolto l’invito a condividere con l’associazione diocesana alcuni pensieri sull’esperienza di Covid-19. Ne è risultato un affresco dove si intrecciano i colori della sofferenza, della speranza, della fatica e della gioia. Tra gli altri c’è il racconto di una mamma alla creatura che porta in grembo. L’affresco si conclude con il pensiero di don Emanuele Corti (don Lele) parroco moderatore della comunità pastorale Monteolimpino – Sagnino.

Solidali con lo sguardo verso il cielo

Nell’emergenza senza pari che l’umanità intera sta vivendo sento l’urgenza di dare un senso a quanto sta accadendo percepisco il fallimento delle nostre certezze e la precarietà di quelli che sono stati sino ad ora alcuni dei nostri punti fermi. Avverto che il delirio di onnipotenza dell’umanità si è infranto inesorabilmente contro il muro di un futuro oscuro e incerto. Per questo penso che, fragili e alla deriva sulla stessa barca, noi uomini tutti insieme con comportamenti responsabili potremo superare la tempesta. La speranza in noi, persone di fede, non è annichilita e ora più che mai serve mettere in atto la capacità di essere solidali, puntando lo sguardo verso il cielo. Saveria Cuccuvillo

Accogliere il dono dell’altro

Dentro nelle nostre fortezze, per resistere nella battaglia a questo nemico invisibile, c’è un cuore pulsante che prega e non si sente solo. Il Signore ci fa sentire “un cuore solo e un’anima sola”. Nella mia fragilità riesco a raccogliere il dono dell’altro che è la vicina, l’amica, il prete, le famiglie e al tempo stesso mi sento responsabile aiuto per chi pur non vedendo “sento”. Siamo una moltitudine che cerca con tutti i mezzi di rimanere quel corpo bello che è la Chiesa dove ogni diversità è fonte di unità. Mancano tante cose ma rimane la Parola che ci nutre e lo Spirito che ci infonde il coraggio di vedere la luce oltre le tenebre. Paola Losa Savogin

Raccontare al piccolo e già curioso

“Mamma cosa è successo in quel 2020 quando io ancora me ne stavo rinchiuso nel caldino della tua pancia?”

“Piccolo e già curioso… Quell’anno è stato speciale per tutto il mondo, e per noi italiani un po’ di più. Sai, abbiamo avuto tanta paura di un virus, un esserino più minuscolo di te, ma molto pericoloso. Tante persone si sono ammalate per colpa sua; gli ospedali erano pienissimi e, nonostante quei supereroi dei dottori abbiamo fatto miracoli, alcuni non ce l’hanno fatta e sono volati in cielo. Erano nonni ma anche giovani, e noi italiani non abbiamo dimenticato nessuno di loro. Abbiamo pregato per le loro famiglie ma anche per noi, per soffrire di meno.

I capi del nostro stato ci hanno chiesto di rimanere in casa per cercare di scacciare quel piccolo maledetto virus. Abbiamo cercato, con fatica, di rispettare le regole. Ci siamo accorti, aprendo gli occhi come per la prima volta, di quanto è bello essere famiglia ed essere protetti dalle mura della nostra casa. Abbiamo sorriso ai messaggi degli amici che ci chiedevano come stavano, sospirando di sollievo nel sapere che anche loro erano in salute.

Ci mancavano tante cose: i viaggi, le passeggiate in montagna, le feste insieme: ma in quella malinconia abbiamo riscoperto quanto ogni cosa fosse preziosa. Abbiamo finalmente trovato il tempo di ascoltarci, di raccontare, di cucinare insieme, di guardare la luna e le stelle. Con difficoltà abbiamo cercato di non bisticciare, di condividere gli spazi e le cose.

Devi sapere però che il mio cuore era ferito due volte. La terra dove io sono nata e cresciuta, Bergamo, è stata la zona più colpita. Ero preoccupata per i tuoi nonni che abitano là, ero triste per gli amici che soffrivano. Guardavo le immagini alla tv e ricordavo lo splendore e la gioia di quei posti, la tenacia e il coraggio dei bergamaschi. Non potevo essere là di persona ma con il pensiero sì.

Era il periodo di Pasqua ed eravamo chiusi in casa. Io, il tuo papà e tuo fratello Elia siamo diventati virtualmente parte di quella comunità che una volta era stata mia. Con l’oratorio di Ghisalba, il paese dei tuoi nonni, abbiamo seguito le messe su Facebook, pregando e cantando. Abbiamo benedetto le uova con Don Simone e i suoi pulcini, abbiamo festeggiato la Pasqua, ricordando chi, in quel momento soffriva. Vedere quella chiesa tonda, in cui io e il tuo papà ci siamo sposati, è stata una carezza al cuore. Ho sentito che non eravamo soli e spero che siamo stati capaci di comunicare la stessa cosa a chi ci circonda. Insomma è stato un periodo difficile ma prezioso per imparare, riscoprire e amare.” Gaia Crippa Trombetta

Credevo che fosse fede…

Mi è venuta in mente spesso in questi giorni la testimonianza, sentita anni fa, di un giovane sacerdote che, rimasto gravemente ferito dopo un incidente, si era espresso così: “Credevo che fosse fede… era solo buona salute”.

Ringrazio di vero cuore quanti hanno avuto e distribuito nutrimento per la nostra fede in questo tempo di prova. In particolare: il nostro Papa con la messa quotidiana da Santa Marta; il nostro vescovo con la messa domenicale; i nostri sacerdoti della comunità con la preghiera quotidiana che ci hanno sempre esortato a camminare insieme; gli amici con cui versare una lacrima e fare una risata; i vicini di casa con cui salutarsi dal balcone e scambiare delle chiacchiere; le mamme che hanno accolto nel loro grembo una vita nuova, testimoni di un Dio che sempre ama la vita nel nostro mondo; le tante tante persone raggiunte telefonicamente, con cui stare accanto, compatire e incoraggiarci vicendevolmente. Paola Bioni Gianola

Modelli di fede, di speranza, di carità

Ciò che è drammaticamente invisibile e letale mi sta aprendo gli occhi e insegnando a vivere… Vedo persone che mi sono modelli di fede, mentre affrontano dure prove e attraversano il dramma di lutti a distanza; vedo persone che mi sono modelli di speranza, perché consolano, sostengono, incoraggiano, confortano; vedo persone che mi sono modelli di carità, capaci di una solidarietà concreta, senza tante parole, capaci di farsi prossimi.

Fede, speranza e carità (virtù teologali) brillano nelle parole e nei gesti di tanti e diventano per me testimonianza di una notte in cui brilla una “luce che mai si spegne” (dal Preconio pasquale). don Emanuele Corti

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