Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Como

Genitori e figli: come
dare senso alla “reclusione”?

«Sembra davvero che la sfida oggi non sia solo combattere il coronavirus, ma anche riuscire ad essere buoni genitori in un tempo di confinamento e isolamento sociale»: così scrive Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, in uno dei numerosi post con cui in queste settimane ha accompagnato tanti genitori nel dialogo con i figli. “Ognuno di noi – aggiunge il medico e psicoterapeuta – deve sviluppare il pensiero e trovare risposta alla domanda ‘cosa significa stare uniti’. Non solo ‘che cosa posso fare per me stesso’? ma anche ‘che cosa posso fare per gli altri?’. È l’unico modo per dare senso a questa ‘reclusione’”. Pubblichiamo l’intervista apparsa sul mensile  Vita di aprile.

Queste settimane rimarranno nella memoria delle nostre famiglie, uno di quei momenti storici che racconteremo ai nostri nipoti. Ma davvero si può dire che queste settimane cambieranno per sempre le nostre famiglie? In che senso?

Questo tempo ci sta facendo sentire il potere funzionale e disfunzionale
dell’intimità familiare e dello “stare con” e “stare per” all’interno della famiglia. La forza del legame, che quando è un legame che funziona ha una funzione protettiva, di sostegno e generativa. Mentre quando il legame non è curaro o è disfunzionale diventerà ahimé distruttivo. Ci hanno dato pochissime informazioni sugli aspetti relazionali e psicologici della emergenza in Cina, ma uno dei dati arrivati a noi è che sono aumentate le separazioni dopo l’isolamento: effettivamente impareremo che la famiglia è luogo di protezione e sicurezza, che aiuta a tenere nei momenti di difficoltà dove è costruita su basi solide, mentre là dove poggiava già su basi fragili, purtroppo vedremo molto macerie.

Sui social, il nostro principale canale di relazioni, si leggono post sul “riscoprire” ciò che conta davvero nella vita, tra cui appunto la famiglia. È solo retorica? O cambierà davvero la consapevolezza del valore della famiglia?

Io credo che quei post siano veramente ancorati al principio di realtà. Siamo chiusi in casa e l’unica risorsa che abbiamo è la famiglia, è lì che ci aggrappiamo, in cui troviamo uno spazio relazionale che ci permette di avere la bellezza dei legami, un po’ di divertimento, il piacere dello stare insieme. Davvero con questi post stiamo raccontando che tocchiamo una differenza tra prima, dove in famiglia provavamo a fare queste cose ma nella fretta, in un tempo compresso. Prima era come se la dimensione del dovere di fare famiglia fosse prevalente sul piacere di esserlo. In questo momento stiamo
capendo che dentro al dovere c’è anche il piacere.

Come genitori ci siamo scoperti però tutti un po’ incapaci di so-stare nella relazione con i figli, perché poco abituati a farlo. Quindi la lezione da imparare per il futuro qual è?

Questo è un tema molto forte. La prima fase – che stiamo ancora vivendo – è quella del cambiamento di copione: prima sempre nel fuori, oggi sempre nel dentro. Questo ci ha obbligato a ridefinirci in relazione con gli altri componenti della famiglia. Piano piano scopriamo il nostro nuovo ritmo, armonizzando il nostro ritmo su quello della famiglia. Se penso ad una cosa che è cambiata vistosamente a casa mia, è il modo di stare a tavola: nonostante fosse un momento che abbiamo sempre curato, prima tutti si aveva un po’ l’ansia di alzarsi per andare da un’altra parte a fare cose, adesso è un tempo tranquillo e dilatato, è pazzesco perché proprio adesso che abbiamo meno da dirci, dal momento che nessuno esce o entra per fare cose, a tavola si parla tantissimo. In queste giornate in cui tutti siamo iperconnessi, ci sediamo a tavola desiderosi di staccare dall’iperconnessione: la tavola è una zona franca di igiene mentale, il tempo per stare in una relazione reale.

Possiamo rivolgere una riflessione specifica agli adolescenti? Tante volte “prima” abbiamo parlato della loro convinzione di essere immortali, che li portava anche a sfide social pericolose: può essere che questa esperienza faccia riflettere più profondamente?

​Sugli adolescenti ci sono due aspetti da sottolineare. Da una parte si sono imbattuti nella dimensione della responsabilità e sacrificio in maniera potente. Nulla è più impegnativo che togliere la libertà a una persona e noi gli abbiamo chiesto di stare “imprigionati” proprio in una fase della vita che per definizione è nel fuori, deve vivere di esplorazione e di relazione. Per loro, dentro questo sacrificio c’è anche un allenamento alla vita che forse come genitori del terzo millennio non avremmo mai immaginato di dover imporre, convinti come eravamo di crescerli felici, senza fatica e senza frustrazioni. È un momento di formazione che fino a metà del secolo scorso tutti facevano, nella prima parte delle loro esistenze: o si andava in guerra o si vedevano da vicino le conseguenze della guerra, c’era questa dimensione di preparazione all’adultità nel percorso di crescita. Ora, questa non è una guerra, abbiamo il frigo pieno e tutte le sicurezze che ci servono, ma certamente stiamo chiedendo loro una quantità di sacrifici impensabili pochi giorni fa e ora necessari. Stiamo chiedendo tanto e si stanno dimostrando all’altezza. Io sono molto grato alla scuola, ai miei due figli grandi gli ha strutturato la vita, dalle 8 fanno lezione, li vedo partecipare con grande senso di responsabilità, è come se avessero pescato un hardware autonomo, sentono che non è un tempo di vacanza ma un tempo da usare, con gli stessi obiettivi di prima che però vanno raggiunti in altro modo. Li vedo anche responsabilizzati nei confronti collettività, hanno rinunciato al loro bisogno di trasgredire e stare fuori dal frame, sentono che l’unione fa la forza, fra loro si stanno facendo dicendo “non usciamo”, in una sorta di educazione tra pari. E mi ha commosso vedere, come padre, che sanno cooperare: la grande fa un’ora di ginnastica al giorno con la piccola, il grande organizza tornei di carte o dama…

L’esperienza che stiamo facendo con #iorestoacasa è ambivalente, tant’è che anche gli hashtag hanno provato poi a recuperare qualche sfumatura per dire che si resta a casa non per paura ma per proteggere sia noi sia gli altri, in particolare i più fragili. Ma l’accezione prima è sicuramente quella della chiusura nella propria area di sicurezza. La famiglia però è per sua natura relazione, apertura, comunità… Questo #iorestoacasa rischia di essere un ulteriore passo di chiusura nel privato e nei nostri appartamenti, che ci porteremo dietro ancora più forte dopo questa esperienza?

È un aspetto da attenzionare. Il messaggio fortissimo che ci è stato dato di distanziamento e isolamento sociale c’è e amplifica certamente una tendenza a vedere l’altro come nemico. Ma dentro l’emergenza nessuno è l’untore e nessuno è l’unto che deve stare lontano dagli altri per un diritto a salvarsi, battere la pandemia è trovare una quadra. Se uno cammina per strada, in questi giorni dalle finestre si sente gridare cose orribili… questo è anche un piccolo allenamento di dittatura, tutti chiusi nelle case, non si può dire e fare, tutti si spiano fra loro. C’è una dimensione di solidarietà, per esempio le persone che cantano l’Inno d’Italia alla finestra, ma non so se questo durerà quando saremo alla quinta settimana di questa vita. Spero che l’elaborazione che faremo di questa serrata sarà il capire che la cosa più importante è la libertà, lo stare con gli altri. Certamente c’è il pericolo che in questa situazione i ragazzi che sono già a rischio di ritiro sociale diventino hikikomori, che le persine che hanno tendenze al gioco si perdano nell’online… Vedremo molto malessere, la salute mentale sarà un’emergenza dopo questa prima emergenza sanitaria: la depressione, la fatica, le famiglie scoppiate, le fragilità che si rompono… tutti i fattori di protezione che servono al nostro benessere mentale ci sono stati tolti per proteggere il corpo, ma il corpo è un contenitore.

Vede un antidoto?
Produrre parola, cultura, pensiero e riflessione, tenere alto lo sguardo e trasformare la crisi in opportunità. Sono solo la parola e la cultura che seminano in un territorio desertificato. Se ci pensa, tutti stiamo parlando tantissimo, perché dobbiamo dar senso a qualcosa che “un senso non ce l’ha”.

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