Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Como

Como: da un’ordinanza
a un pensiero per il futuro

Il commento di Ac sull'ordinanza del sindaco di Como

“È il tempo, senza tacere quanto di negativo c’è nel provvedimento, di andare oltre le reazioni e le controreazioni che hanno fatto seguito alla “ordinanza sindacale contingibile e urgente a tutela della vivibilità urbana e del decoro del centro urbano” firmata il 15 dicembre dal sindaco di Como. È il momento di rispondere con un supplemento di consapevolezza e insieme, istituzioni e cittadini, alle crescenti domande di solidarietà e di legalità”.

Così Paolo Bustaffa, presidente dell’Azione cattolica diocesana, commenta l’ordinanza del sindaco di Como con la quale nel periodo delle festività di fine anno vengono allontanati poveri e mendicanti dalle luci del centro città, arrivando anche a vietare la distribuzione di colazioni calde a chi, senza fissa dimora, pernotta in alcuni angoli della città.

 

Quale valutazione dell’Azione cattolica?

Piena condivisione, fin da subito, della presa di posizione della Caritas diocesana che, è bene ricordare, non è un’associazione di volontariato ma è l’organismo della Chiesa locale, a cui l’Ac appartiene, che opera nell’ambito della carità. Esprime la passione dell’intera comunità diocesana per gli ultimi, i poveri, gli immigrati.

L’amarezza, la preoccupazione e la critica della Caritas a un provvedimento siffatto sono anche dell’Azione cattolica. La Caritas ha chiesto al sindaco un ripensamento perché questa ordinanza non è il modo migliore per portare più decoro e vivibilità, non rende neppure più luminosa la città. E questo lo ha anche affermato il vescovo Oscar. Non c’è bisogno dunque di aggiungere altro da parte dell’associazione.

 

La risposta della città è stata in questa linea?

Como è una città nordica cioè riservata ma non è certo priva di sensibilità umana e incapace di solidarietà di fatto. C’è la storia e c’è la cronaca a documentare la cura di Como per i più deboli. Mi sembra piuttosto che ora ci sia il rischio di un distacco tra un’ordinanza e il pensiero della gente. Occorre evitare che diventi una frattura e per questo al tempo della reazione deve seguire il tempo del confronto responsabile e della proposta sostenibile su temi umani e sociali quali sono quelli dei poveri e degli immigrati. In questo sforzo comune non sono d’aiuto le ideologie, gli slogan, gli allarmismi e le paure.

 

Cosa intende dire?

Che è più che mai necessario un supplemento del pensare e dell’agire politico. Solo così si potrà dare una risposta non solo assistenziale, non solo legata all’emergenza,  alle domande dei poveri. E questo è un compito sia dell’istituzione che dei cittadini. A premessa c’è la necessità di un forte recupero della responsabilità educativa che anche le istituzioni hanno e possono trasmettere nei loro specifici atti. A questo compito è ovviamente chiamata anche la società, in particolare nella sua componente adulta. Penso che occorra tenere conto della realtà complessa in cui oggi si vive. È un errore o un’illusione evitarla. Occorre leggerla, interpretarla, guidarla con un realismo libero da pessimismo e scetticismo. Altrimenti la resa alla complessità continuerà a stringere la società nella paura, nel rifiuto, nell’indifferenza. E alla città potrebbe mancare il respiro.

 

Questo significa elaborare una proposta politica…

C’è già una proposta politica, ritengo che si debba approfondire e condividere un pensiero che  recuperi e rilanci la dignità, la bellezza, la centralità della persona, della comunità e che si riscopra il loro essenziale legame. Il cristianesimo a questo riguardo ha qualcosa di importante da offrire anche alla politica perché dalla sua idea di persona sono storicamente e laicamente scaturiti la dignità e i diritti dell’uomo. E qui si inserisce l’auspicio di guardare oltre i confini  della città non per smarrirne l’identità ma per renderla più visibile e generativa di  fiducia verso il futuro. La politica insomma ha bisogno di cultura, deve essere cultura. Ho sempre in mente un pensiero del sindaco Antonio Spallino. “La politica – scriveva – quando delega all’attivismo cosiddetto culturale le sue funzioni constata di non avere più niente da proporre e si dimette dal suo ruolo”. Le domande dei poveri e degli ultimi alle istituzioni e alla città possono allora avere risposte solo da una cultura politica che legge la diversità come risorsa e non come problema. C’è chi ha fatto questo passo.

 

Con chi ripartire?

Dai giovani. Non è certo facile perché i giovani non si sentono amati dalla politica e quindi non amano la politica. Eppure incontrandoli, non solo quelli dell’associazione, ho avvertito in loro l’esigenza di servire il bene comune a partire dal territorio dove vivono. Forse ancora in modo confuso ma sono loro a chiedere luoghi e tempi in cui pensare, confrontarsi ed esprimersi in un impegno politico. Certo occorrono persone credibili con le quali ridare motivi e contenuti all’impegno politico ricordando che è una forma alta ed esigente di carità. Queste persone ci sono anche oggi nella nostra realtà, pensiamo sia molto importante farle incontrare con i giovani perché insieme comprendano, tra l’altro, che le domande dei poveri, degli immigrati, degli esclusi esigono risposte che non siano solo quelle, pur doverose, legate all’emergenza.

 

L’Ac ci sta provando?

Faticosamente sì e non da sola. La storia dell’associazione, come si legge in un libro appena uscito sulle origini dell’Ac diocesana, è fatta di uomini e donne impegnate per il bene comune, la democrazia, la libertà. Recentemente, in occasione del referendum costituzionale e delle elezioni amministrative, si è proposto un percorso culturale con altre aggregazioni laicali. Si continuerà su questa strada mettendo a tema il fenomeno dell’astensionismo che, a pensarci bene, non è estraneo alla disattenzione e all’indifferenza verso le povertà. Si sta avviando infine un piccolo gruppo di giovani nell’intento di dar vita a un laboratorio dove lo studio e la prassi  si arricchiscano reciprocamente  nella costruzione del bene comune. Concluderei dicendo che lo stile dell’Azione cattolica, anche nel giudizio negativo di una ordinanza, non è quello  di puntare il dito contro qualcuno ma di trovare e percorrere insieme la via del dialogo per costruire il bene comune. Nel rispetto di autonome e specifiche responsabilità.

 

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