Azione Cattolica Italiana - Diocesi di Como

Un invito e uno stimolo
a “essere chiaroveggenti”

Tra gli auguri che il vescovo Oscar ha rivolto al nuovo Consiglio diocesano, riunito a Morbegno il 26 marzo, c’è quello di “essere chiaroveggenti, capaci cioè di leggere la situazione ma anche di andare oltre: il Papa parla di ‘avviare processi’. Andare oltre, senza fermarsi a dire che si è sempre fatto così, rimanendo nel nostro giro senza vedere che la storia provoca a scelte maggiori, a scelte più impegnative”. Pubblichiamo, con nostra trascrizione,  il testo integrale dell’intervento del vescovo Oscar presente al  Consiglio diocesano che ha iniziato a tradurre in “processi” il documento programmatico 2017-2020.

 

Innanzitutto felicitazioni, ringraziamenti e auguri!

Felicitazioni a tutti voi che siete qui e che iniziate una nuova avventura che vi segnerà, che dà anche conforto e fiducia a ciascuno di voi  e che vi permetterà di vivere una esperienza bella, innanzitutto di amicizia tra di voi, di apertura su una Chiesa che è la nostra Chiesa diocesana, e quindi di una promozione nel senso più bello ed intenso del termine, di quelle che sono le vostre capacità umane, affettive e spirituali.

Il farvi le felicitazioni consiste soprattutto nel ricordarvi che voi godete la fiducia degli associati e anche del Vescovo. E questo è molto bello. E’ una realtà a cui ritornare continuamente, perché se siete qui non è solo perché voi avete dato la vostra disponibilità, ma perché qualcuno vi ha anche confermato, vi ha scelto, vi ha votato e quindi avete la fiducia, quindi non tradite questa fiducia; anzi, a partire da questa fiducia sviluppatela al massimo.

 

Il ringraziamento: consiste nel riconoscere che avete accettato un’impresa che è bella, che è positiva, ma anche impegnativa. Che vi costerà, in un certo senso, perché mentre da una parte vi promuove, per quello che farete e scoprirete insieme, dall’altra vi obbligherà, concentrandovi su questo spazio, anche a rinunciare ad altre possibili scelte che pur sono impegnative, positive e magari anche promozionali.

Vi ringrazio per quello che farete e per le fatiche che forse dovete mettere in conto fin da adesso e forse anche per qualche smentita, perché a lavorare nel regno di Dio non è detto che ci siano sempre vittorie, anzi è rara la vittoria: il Signore ha assicurato croce e persecuzione ma la Croce è un impegno di amore, non una sopportazione passiva e negativa.

 

Gli auguri: vi auguro innanzitutto di essere uomini e donne ecclesiali, cioè persone che vogliono bene alla Chiesa, alle persone che compongono questa Chiesa, a tutto il popolo santo di Dio. Bisogna partire con questo atteggiamento positivo: voler bene a tutti, naturalmente a partire da quelli che voi incontrate nei vostri diversi campi associativi, ma anche volere il bene della Chiesa aldilà anche delle proprie vedute, perché si tratta di capire, di assecondare un progetto che deve essere condiviso ma che non sempre è frutto solo della nostra esclusiva interpretazione. Anzi, a volte le nostre personali interpretazioni sono riduttive, perciò si deve essere in grado di cogliere quelle degli altri che integrano le nostre. Ma per questo ci vuole umiltà, perché se uno dice “la mia ragione è l’unica, è la migliore e io vado avanti altrimenti me ne vado”, già non è un uomo o una donna ecclesiale. Quindi imparare queste regole a partire dall’umiltà è una scelta molto positiva, che ci aiuta a essere capaci di dialogo, è sapere che nell’altro che incontriamo c’è sempre qualcosa di positivo da ricevere, non solo da dare. Lo sperimento anche nella mia vita perché imparo molto da tutte le persone che incontro.

Quindi diventare uomini e donne ecclesiali che non lavorano per loro stessi e tanto meno per la loro gloria, perché questo avere un compito diocesano potrebbe anche voler dire “mi sento bravo e mi congratulo anche con me stesso perché sono bravo”, quindi lavoro per la mia gloria. Ma noi lavoriamo per la gloria di Dio. Questo lo sanno bene quelli che lavorando nella Chiesa hanno preso anche qualche bastonata, e dobbiamo dire che nessuno di noi è esente dall’averle prese, e forse le abbiamo anche date.

 

E anche uomini e donne di comunione, e la prima comunione che la Chiesa vi chiede è di essere in pace e buone relazioni e capaci di collaborare tra di voi. Un gruppo che si presenta unito e compatto, con una intensità di relazioni belle, positive, propositive, ma anche capaci di riconoscere l’originalità di ciascuno, capaci di camminare insieme vivendo una sinergia, il che è sempre positivo. Quindi instaurare un dialogo sincero e aperto con tutti, promuovendo il bene possibile. Lo sto dicendo a tutti in diocesi: non cominciamo a lamentarci ma partiamo dal bene che c’è, e quel bene che c’è, che è effettivamente una ricchezza grande, cerchiamo di promuoverlo e ampliarlo, di ritornare su questo  bene e di dargli sempre più corpo e di dare una finalità positiva a tutto quello che facciamo. Uomini e donne di comunione che non solo godono della fiducia degli altri, ma anche danno fiducia agli altri, e penso a tutte quelle persone che voi dovete incontrare, in modo speciale i vari responsabili dell’associazione, compresi anche i sacerdoti, ai quali bisogna dare fiducia e con i quali nello stesso tempo vivere delle relazioni positive e promozionali.

 

Un terzo augurio che vi faccio è quello essere chiaroveggenti. Capaci cioè di leggere la situazione ma anche di andare oltre: il Papa parla di ‘avviare processi’. Andare oltre, senza fermarsi a dire che si è sempre fatto così, rimanendo nel nostro giro senza vedere che la storia provoca a scelte maggiori, a scelte più impegnative. Essere quindi propositivi, andando aldilà del ripetitivo, ingegnandosi a scoprire cosa vuole il Signore. Si può essere ciechi quando non vediamo cosa chiede il Signore di positivo nell’oggi della nostra storia. Non vedere quindi solo il male che c’è, ma cogliere le benedizioni che Dio ha posto in questa terra, in questo luogo, con queste strutture, con queste difficoltà. Perché anche nelle difficoltà c’è una benedizione, che bisogna imparare a scoprire, altrimenti si dice che è una maledizione. Nel piano di Dio tutto è grazia, e quindi anche quello che sembra difficile e impegnativo diventa invece una spinta ad andare oltre, e quindi è promozionale. Se siete così, diventerete, diventeremo insieme, chiaroveggenti, capaci un po’ anche di scelte audaci.

 

Quarto: capaci di agire con autorevolezza. Voglio dire che voi, già che godete della stima e della fiducia degli altri, potete anche proporvi con progetti pastorali anche nuovi, aperti agli orientamenti nazionali, regionali, diocesani che probabilmente uno che sta in un piccolo paesino non può scoprire.

Se avete l’autorevolezza che vi dona anche l’esperienza che vivete, il tipo di relazione che avete stabilito, potete anche proporre qualche cosa di impegnativo, anche se qualcuno può dire che è troppo costoso e impegnativo, che non ce la faremo mai, che si chiede troppo. A me pare che bisogna fare proposte alte e quanto più si propone qualcosa di alto, tanto più avremo successo, perché salteranno fuori delle capacità di tentare, di andare aldilà del veduto, del possibile. Dio è Signore anche dell’impossibile, non solo del possibile. Il possibile lo facciamo noi, lui ci spinge a fare l’impossibile.

 

Adesso delle indicazioni che riprendo da quanto ho detto nell’introduzione all’Assemblea diocesana di Grosio.

Io credo che l’ACI debba essere un motore trainante delle nostre comunità, dare uno stimolo, essere una presenza per andare avanti nell’unità, non solo alle nostre comunità, ma anche alle altre associazioni e  movimenti presenti in diocesi. Perché non si deve parlare solo di parrocchia, ma si deve anche parlare della presenza di diversi carismi, che devono essere proposti, e però camminare insieme dentro l’unica Chiesa. Non c’è una Chiesa parallela. L’ACI spinge un po’ anche gli altri ad andare avanti proponendo quello che è il loro bene.

Nell’ultimo documento uscito su questo tema si parla di ‘coessenzialità’, sia della vita consacrata che della vita carismatica e di quella che è la pastorale ordinaria e gerarchica. Vale forse la pena di riprendere questo documento perché dice della presenza dei laici, il rispetto che ci deve essere nel rapporto tra i vari gruppi, e il tipo di presenza dei singoli gruppi all’interno della comunità cristiana.

[Congregazione per la dottrina della fede, Lettera Iuvenescit Ecclesia ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla relazione tra doni gerarchici e carismatici  per la vita e la missione della Chiesa].

 

Formazione. Lo sento ripetere di continuo, è uscito anche al Consiglio pastorale diocesano.

Io ho scritto: proposte ai vari livelli, e questo l’avete già inteso e lo saprete calare all’interno delle varie realtà che proporrete nel corso dei vostri incontri.  Poi un’altra raccomandazione: essere in continuo contatto con gli associati e con gli assistenti che devono essere ammirati per la vostra vicinanza e il vostro stimolo. Dobbiamo andare a cercarli, non aspettare che vengano al Centro diocesano. Nelle varie comunità parlate, dialogate, confrontatevi, stimolate, siate vicini con una presenza bella, positiva, entusiastica nei confronti delle associazioni e anche degli assistenti spirituali.

 

Un’altra caratteristica a cui vorrei che steste attenti è il promuovere una pastorale attenta a due capitoli in modo speciale che sono urgenti oggi:  le famiglie e i giovani, in contatto costante con la pastorale diocesana famigliare e giovanile. Sappiate trovare i mezzi per camminare insieme, per ricevere ma anche per dare stimolo, anche qui dentro soprattutto motore trainante.

Ho l’impressione che i giovani siano molto pochi, anche se quelli che ci sono sono molto più motivati di una volta. Ci sono però tante energie positive. Li ho voluti in Consiglio pastorale diocesano e gli effetti si sono già fatti sentire, così come negli incontri vicariali nei vari vicariati. Sono intervenuti quasi sempre e quando l’hanno fatto hanno cambiato immediatamente il clima. Ci siamo meravigliati, ma ci siamo anche detti che allora c’è gente che vuole un impegno, che vuole sporcarsi le mani essendo coinvolti.

 

Ancora: immersione nelle realtà sociali con proposizioni critiche. Essere cioè una presenza non solo ad intra ma anche ad extra, perché questo fa parte del ministero dell’ACI. Che ci sia un motore trainante per essere una presenza anche un po’ stimolante e giustamente critica. Dicevo al Presidente che ad esempio nelle prossime elezioni comunali a Como i cattolici potrebbero mettere fuori il naso e dire che tipo di politica si vuole. Questo devono farlo i laici, non i vescovi. I vescovi devono preparare, stimolare i laici perché siano presenti, ma che siano presenti non solo con una parte propositiva, quindi vivendo in prima persona un impegno politico, ma soprattutto nello spazio prepolitico, a sevizio del bene comune, dove una voce anche autorevole e positivamente critica serve. Ci sono tanti problemi, i migranti, gli alloggi, ogni comunità ha i suoi.  Sarebbe bello che nel cambio di gestione di una città i cristiani dicessero che tipo di città hanno in mente.

Certo che poi ci vogliono le persone che si impegnano in prima persona.

 

Vorrei poi che proprio per questa voglia di trainare ci fosse la possibilità di far nascere nuove associazioni in diocesi, se non parrocchiali, almeno vicariali. Una parrocchia che non ha l’ACI è una parrocchia più povera. E’ bene darsi da fare per tentare di mettere insieme degli educatori e se il parroco non vuole, bisogna dirgli che l’ACI non è del parroco ma dei laici, e quindi i laici si mettano ad incontrarsi, perché è una cosa bella e positiva. Da ultimo, mi piacerebbe che in collaborazione con la pastorale universitaria nascesse la Fuci, cioè gli universitari dell’ACI. Partiamo, che qualcosa resterà, perché dal nulla nasce nulla.

Spero che quello che vi ho detto rimanga per voi uno stimolo di consolazione e anche di speranza.

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